Il ricordo di sé, conversazione con Raffaele Fiore

Parlare con Raffaele Fiore significa entrare in un linguaggio fatto di simboli, musica, sogni, memoria corporea e ricerca interiore.

Nel suo racconto convivono medicina e mistica, Jung e i The Beatles, il silenzio e la cura. Ma soprattutto emerge continuamente un tema: la necessità di tornare presenti a sé stessi, in un’epoca che spinge costantemente verso il rumore, la velocità e la dispersione.

Dietro il professionista, il divulgatore e lo psicoterapeuta, appare una persona profondamente sensibile, che non nasconde le proprie fragilità, le paure attraversate, le crisi vissute e la continua ricerca di autenticità.

“La preghiera più grande è fare esperienza della vita”

Che bambino era? C’è qualcosa di quel bambino che sente ancora vivo dentro di sé?

“Grazie di questa domanda, perché è la prima volta che me la fanno. Ed è una domanda centrale nella mia formazione.

Avevo una mamma ipocondriaca nei primi anni della mia vita. La grande sensazione di dover interferire e intervenire nella storia di questa donna per renderle vivibile la vita è stata una delle motivazioni più grandi nel mio interesse per il dolore umano e per la sofferenza.

Ero molto introverso, figlio unico. Se mi si metteva in una stanzetta con una candela e i miei giocattoli io ero perfettamente a mio agio.

Ho avuto una buia notte dell’anima tra i 17 e i 21 anni, con uno stato depressivo veramente potente. Quando lo psichismo si apre al mondo molto spesso ci sono questi passaggi dolorosissimi, che sono proprio delle evoluzioni attraverso le quali passi da essere bruco ad essere una farfalla.”

 

Ha un sogno ricorrente?

“Ne avevo due. Uno era quello di girare in città misteriose in cui le vie si confondevano l’una con l’altra e non trovavo un mezzo per rientrare a casa. Era la tipica espressione di una ricerca di identità.

L’altro era legato al volo. Avevo immagini in cui potevo generare in me la capacità di volare e questo mi faceva sentire libero. Ma quando il volo era imposto, quando accadeva senza controllo, diventava spaventoso.

Oggi sogno spesso di fuggire dalle città e di recuperare la natura. Sogno di sedermi vicino a un fiume e aspettare che il rumore lontano della città si plachi completamente.”

 

Che cosa significa per lei benessere?

“Ho appena consegnato all’editore un libro che si chiama Istruzioni per scegliere la vita.

Essendo un medico, la vita deve coincidere più che col benessere con l’essere. L’individuo deve essere armonizzato con l’essere.

Il benessere oggi passa anche da un’alimentazione che mi corrisponde. Non posso essere vittima di ideologie alimentari. Devo fare delle scelte coerenti col corpo.

Ma soprattutto esistono tre aree fondamentali: il silenzio, il deserto e il riposo.

Io sono dell’idea che queste tre parti dovrebbero avere lo stesso rispetto, la stessa professionalità che mettiamo nel lavoro, direi la stessa sacralità.

Quando i pazienti mi chiedono: ‘Ma lei dalle quattro e mezza cosa fa?’, io rispondo: niente. Mi siedo su una panchina e guardo scendere il sole.”

 

Che rapporto ha con la gioia? C’è un’immagine che le viene subito in mente?

“Mi sono innamorato poche volte nella vita, ma quando mi sono innamorato ho provato veramente una gioia incontenibile.

Per noi della Vergine amare è una predisposizione al servizio. Non è mai un servizio che chiede in cambio qualcosa.

Poi mi rende molto felice il riconoscimento dei colleghi. E una grande felicità me la procura tutti i giorni la musica.

Il più grande faro che mi ha tenuto in vita negli anni oscuri della mia giovinezza è stata la musica dei Beatles.

Quando ho visto Paul McCartney dal vivo per la prima volta è stata veramente un’estasi.”

 

E la paura?

“Tutto è nato intorno a due paure nella mia vita.

Una era la paura della morte legata al male, nata dopo aver visto L’Esorcista. Poi ho scoperto che quella non era una paura reale, ma psicologica.

Come diceva Jung: ‘Se io non vedo la mia ombra, essa uscirà da me e comincerà ad agire nel mondo circostante’.

 

L’altra era il terrore della guerra. Poi mi capitò di andare a suonare in Israele. E mentre camminavo nelle strade di Haifa, in un Paese in guerra di cui avevo sempre avuto paura, mi sentivo molto meglio di quanto stessi a casa mia.

Ho capito che le nostre proiezioni sono molto più pericolose dei fatti.”

 

Che rapporto ha con gli abbracci?

“Io fino a una certa età non riuscivo a contemplare la possibilità di abbracciare i miei genitori.

Poi ho conosciuto il padre di una mia fidanzata e ho imparato ad abbracciare. Dopo averlo conosciuto ho imparato ad abbracciare i miei genitori, gli amici, poi i figli.

Sono d’accordo con quella regola indobuddista per cui l’abbraccio deve durare almeno cinque o sei secondi, perché devi poter sentire che non è un gesto di circostanza.”

 

C’è un insegnamento che cerca di portare nel quotidiano?

“L’insegnamento più bello è quello del ricordo di sé.

Se io voglio essere presente alla mia vita devo evocare l’attenzione su una parte corporea.

La memoria molto spesso è corporea. In quel momento non mi ricordo soltanto dell’immagine, ma mi ricordo di me mentre percepisco quell’immagine.

Il ricordo di sé è l’insegnamento più bello, ma è anche quello di cui tutti parlano e che nessuno pratica mai.”

 

Che mondo vorrebbe contribuire a lasciare?

“Vorrei togliere di mezzo il pregiudizio.

Il pregiudizio è una convinzione che poi dobbiamo continuamente ribaltare nella realtà.

Io penso che tutto nasca da lì: dal fidarsi di una parte di noi che meccanicamente mette in atto giudizi che non sono reali.

Come scriveva Gurdjieff, esiste una Realtà con la R maiuscola, quella che nasce dall’esperienza.”

 

Su quale ricerca interiore sente di essere oggi?

“In questi ultimi anni ho compreso una cosa: i grandi mistici non sono religiosi nei termini che conosciamo noi.

Una donna straordinaria che ho conosciuto, Angela Volpini, un giorno mi prese le mani e mi disse: ‘Io non prego. Io faccio esperienza’.

Questa risposta mi ha illuminato.

Mi sono reso conto che il religioso e il mistico sono lontani anni luce. Il mistico non cade nelle regole ossessive di una religiosità meccanica. È libero come l’aria.”

Dott. Raffaele Fiore

Medico e psicoterapeuta, specializzato in psicosomatica e ipnosi presso l'Istituto Riza, integra l'attività clinica con omeopatia e nutrizione Kousmine. Autore e docente, unisce la passione per l'insegnamento a una profonda sensibilità musicale e spirituale.

Essere presenti alla propria vita

Alla fine della conversazione resta soprattutto una sensazione: quella di trovarsi davanti a una persona che continua a cercare. Non certezze assolute, non formule, ma esperienze autentiche.

Una ricerca che passa attraverso la cura, il silenzio, la musica, la natura, il corpo e le relazioni umane.

Forse il cuore più profondo dell’incontro sta proprio in una frase che sembra semplice, ma che attraversa tutto il suo racconto: imparare a essere presenti alla propria vita.

Dott. Raffaele Fiore

Medico e psicoterapeuta, specializzato in psicosomatica e ipnosi presso l'Istituto Riza, integra l'attività clinica con omeopatia e nutrizione Kousmine. Autore e docente, unisce la passione per l'insegnamento a una profonda sensibilità musicale e spirituale.

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