Di Carlotta Sanna
Di Carlotta Sanna
Incontro con Thea Crudi: Radici, Suono Sacro e Risveglio della Coscienza
Dalle radici italo-finlandesi ai viaggi in Indonesia e tra i templi dell’India, il cammino di Thea Crudi è un intreccio profondo tra musica, spiritualità antica e ricerca interiore. In questa intervista esclusiva, l’autrice e divulgatrice si racconta a cuore aperto, ripercorrendo le tappe principali della sua vita: l’eredità spirituale della sua famiglia, la potenza della vibrazione sonora e l’importanza di rimanere aperti al cosmo.
Thea ha accolto questo incontro con grande generosità, scegliendo con cura parole dense di esperienza e significato. La conversazione che ne è nata è più lunga del consueto: il suggerimento è di leggerla senza fretta, concedendosi il tempo che richiede.
La ricchezza dei temi non ne ha diluito la profondità. Al contrario, è proprio nell’ampiezza del racconto che si rivela la coerenza del suo cammino.

Il viaggio del suono, la memoria dell'anima
C’è un suono in particolare della tua infanzia che evoca in te i ricordi più profondi?
“Il primo suono che mi viene in mente è una composizione musicale unita al suono delle cicale d’estate.
Essendo musicista, penso subito alle Danze rumene di Béla Bartók. Quando ero piccola facevo danza classica e vedevo le ragazze più grandi esibirsi in una coreografia gitana sulle note di quest’opera: esprimeva un’energia di viaggio, libera, spirituale e quasi sciamanica. È stato proprio un ‘luogo’ quel momento: vedendo quella coreografia e quella musica insieme, la mia mente spaziava e riuscivo a contattare parti di me che non sapevo ancora nominare, ma che hanno molto a che fare con quello che sono diventata in seguito.
C’era l’idea della libertà, del viaggio, del purificare e benedire le proprie radici. Bartók portava in quei canti popolari dell’Est Europa una fortissima tensione verso il divino e la spiritualità che mi ha presa profondamente.”
Tu vieni da un lignaggio femminile molto potente: cosa comportava questo nella tua quotidianità di bambina o adolescente?
“Sono stata cresciuta con tanto amore da mia madre, ma una seconda mamma per me è stata mia nonna Domenica. Era figlia di una bisnonna sciamana molto potente e famosa, Carola — che aveva già lasciato il corpo ma era sempre presente nei racconti —, e possedeva anch’essa forti doni energetici e psichici.
Crescere vicino a delle curandere naturali ti forma anche solo a guardarle: vedevo mia nonna portare l’energia dell’amore in ogni ambito, dal preparare il cibo allo stare con le persone care nei suoi ambienti casalinghi normali.
C’era però sempre una visione più profonda, legata all’invisibile: mi diceva delle frasi, mi parlava per simboli e mi dava consigli di vita senza farmi una lezione, ma associando punti apparentemente scollegati per aiutarmi a fare degli ‘scatti’ e delle riflessioni.
Conservava sempre una foto del carnevale all’asilo in cui mia madre mi aveva vestita da fatina — con uno scettro e un copricapo azzurro con lune, stelle e pianeti, un costume molto esoterico e ‘pleiadiano’ — e passandoci davanti mi diceva: ‘tu sei così, tu sei così’. Con quella delicatezza voleva farmi immergere ed esplorare la mia parte connessa ai mondi più sottili.”
Può essere che tua nonna e l’ambiente naturale in cui sei cresciuta ti abbiano condotta verso la strada dell’iniziazione?
“Sì, decisamente. Vivevo in un paesino di mille abitanti, vicino al Monte Carpegna, nell’entroterra riminese. Eravamo una generazione di bambini che poteva girare in bicicletta per tutto il paese in modo indipendente senza pericolo. Il fiume Conca era per me il mio piccolo Gange: fin da bambina, quando andavo lì, entravo in uno stato meditativo e di comunicazione con la natura, le stelle, il sole, l’acqua, la terra e i sassi. Giocare in quel contesto mi permetteva di diventare amica degli elementi, e quando tornavo a casa mia nonna stimolava questi insegnamenti spirituali sempre attraverso il gioco e la delicatezza.
Questo connubio tra natura e l’amore di mia nonna mi ha fortificata e resa stabile nella mia luce spirituale. In un tempo in cui si parlava soprattutto di studiare per avere il lavoro fisso e la stabilità, mia nonna e la mia famiglia mi hanno incitata a credere in me stessa, ad essere la generatrice del mio benessere, della mia prosperità e della mia luce interiore, senza dipendere da nessuno e restando connessa agli antenati.
Ho sempre cercato autenticità e affinità elettiva. Soffrivo nel vedere che fossimo in pochi come me, ma nonostante la sofferenza non sono mai scesa a compromessi, e questo lo devo alle mie nonne e a mia madre che mi ha insegnato l’indipendenza.”
Hai parlato dei tuoi 23 anni come data cruciale: è accaduto qualcosa in quell’epoca che ha segnato un prima e un dopo?
” L’ambiente in cui sono cresciuta ha stimolato l’amore per l’arte, la letteratura e la filosofia (all’esame di terza media portai Baudelaire, I fiori del male e l’ Albatros, amando il decadentismo e il simbolismo francese) e per la musica impressionista come Debussy e Ravel.
A 23 anni una serie di concatenazioni karmiche ha fatto esplodere la mia connessione spirituale. Studiavo al conservatorio ad Amsterdam con una borsa di studio, ed un altro incastro energetico mi ha portata da sola sull’isola di Java, in Indonesia, ad approfondire la scienza della vibrazione e della musica sacra come fonte di guarigione e riequilibrio. Lì ho incontrato sciamani e maestri che, pur essendo io una ragazzina, mi riconoscevano ruoli di guida.
In seguito, attraverso un viaggio astrale (di cui parlo nell’Iniziazione 3 del mio libro), si è aperto un varco verso l’invisibile che mi ha mostrato le mie radici spirituali ed i maestri Siddha del Tamil Nadu. Dai 23 anni ai miei 38 di oggi, quei maestri del sud dell’India sono ritornati continuamente nella mia vita.
Più avanti, verso i 30 anni a Calcutta, sotto la guida del mio maestro Bhakti Charu, sono arrivata in un luogo in cui alcuni bramini di antichi lignaggi avevano trovato la mia foglia di palma. Sono foglie scritte migliaia di anni fa da maestri come Agastya Muni, che raccontano il destino degli esseri umani, sia prima che dopo quel momento. Stavo vivendo uno dei periodi più difficili della mia vita, una rottura profonda in cui pensavo ‘forse morirò’, e quella foglia è arrivata proprio in quel giorno e a quell’età descrivendo esattamente ciò che stavo provando con dettagli impressionanti. Il bramino mi disse che Agastya Muni non aveva voluto lasciarmi sola nel momento più duro della mia esistenza.
Mi viene da piangere ancora oggi a ripensarci: è stato fortissimo e lì ho capito che dovevo consacrare la mia vita a questo cammino al servizio degli altri attraverso il suono.”
Tra l’Italia, l’Indonesia e l’India, dove ti senti veramente a casa?
“Mi sento a casa dove mi sento amata.
Ridurre dove mi sento a casa a un solo posto sarebbe non essere consapevole di tante cose e della mia storia.
In India mi sento molto a casa, anche se ci sono aspetti complessi come lo smog e il traffico; il fatto di essere nata in Italia in questa incarnazione mi ha fatta sentire molto a casa e sono felicissima di essere qui. Per me è vitale la presenza dell’acqua e del mare: stare davanti al mare è come stare davanti a un grande maestro che mi ricarica ogni giorno.”
Quali sono le persone e le relazioni che ti fanno sentire amata e ti permettono di aprire la tua vulnerabilità?
“È sicuramente il frutto di un percorso. C’è un libro bellissimo di Goethe, Le affinità elettive, che per me ha segnato molto dal punto di vista dell’apertura mentale ed energetica. Ricerco sempre relazioni totalizzanti in cui ci si accetta completamente e ci si accompagna nel buio e nella luce. Avendo fatto un grande lavoro di catarsi interiore, ho come un radar che mi fa percepire immediatamente le anime affini attraverso l’ascolto interiore.
Utilizzare il suono sacro è un grande veicolo per espandere i doni sensitivi, medianici e psichici, perché il suono è un’autostrada di comunicazione diretta con l’universo: l’universo è fatto di vibrazione e noi siamo fatti di vibrazione. In questo momento storico così veloce, in cui social e intelligenza artificiale spostano la materia verso l’invisibile e il rarefatto, il concetto di vibrazione e il suono sacro ci permettono di riallinearci a un’ottava più alta, connessa al cielo e alla terra. Mi ispirano figure come la santa indiana Anandamayi Ma: era analfabeta, parlava poco e faceva miracoli, ma quando cantava i mantra entrava per prima in trance e portava intere sale gremite di persone a viaggiare con lei e a vivere vere esperienze di risveglio della coscienza.”
Quando chiudi gli occhi e inizi a cantare, cosa vedi?
“Vedo portali dimensionali e regioni del cosmo colme di conoscenza sotto forma di vortici vibrazionali.
La vera conoscenza non si ha solo studiando, ma è l’esperienza e l’immersione totale che te la danno. Quando canto vedo la conoscenza che si fa portale: devi solo lasciarti andare, entrarci e lasciare che quelle conoscenze riverberino in te per tirare fuori un potere che va al di là della tua stessa identità.
È lo stesso principio con cui venivano usati i templi e la geometria sacra nell’antico Egitto o lo stato di samadhi negli yogi dell’antica India, i quali uscivano dal corpo protetti dai discepoli per viaggiare in altre realtà nel mondo sottile e poi tornare arricchiti.”
Parlando della Thea più umana: quali sono le tue abitudini e passioni al di fuori della spiritualità?
“Per me è difficile dividere le due cose perché sono talmente immersa in questa realtà che fa parte della mia quotidianità. Essendo del segno del Toro, amo costruire cose belle che richiedono tempo e cura, come una piantina che cresce.
Ho un profondo rispetto per le relazioni perché mi hanno salvato la vita: le grandi amicizie che diventano famiglia e i compagni che ho avuto la fortuna di incontrare mi hanno aiutata tantissimo. Nel tempo libero amo stare con le persone a cui voglio bene, fare due risate, andare a mangiare insieme e creare bei momenti, consapevole che tutto è temporaneo. Considero le persone amate come dei templi e dei fiori a cui andare a fare cerimonie e puja, perché ci arricchiscono enormemente.”
E con te stessa, che tipo di dialogo interiore mantieni?
“Con me stessa sono molto amorevole e faccio da genitore a me stessa, prendendomi cura del mio bambino interiore.
Essere molto indipendente fin da piccola ha comportato momenti di grande solitudine e il sentirsi non omologata, per questo ho imparato a volermi tanto bene e ad aiutarmi come farebbe un genitore con la propria bambina. Questo mi ha aiutata molto nel processo meditativo del ‘testimone’: imparare a osservarsi vivere dall’esterno senza giudizio, ansia o stress, ricordandomi che ‘non sei questo corpo, lo stai portando per un periodo: sei spirito’.
Con me stessa ho un rapporto giocoso, mi piace far ridere, anche se la disciplina e la devozione fanno fortemente parte di me. Nonostante i momenti di dolore, non ho mai dimenticato la mia dea interiore, riuscendo a trasformare tutto in concime e luce. Mantenere la mente fresca e pulita dal rancore permette di restare giovani da dentro: lo noto su di me a 38 anni e l’ho visto accadere anche nel mio compagno Cristian (a cui nel libro ho dedicato l’Iniziazione 10, ‘L’Iniziazione dell’incontro’), il quale ha iniziato a mostrare un reale ringiovanimento condividendo con me questo spazio di sacralità.”
In quanto tempo si manifestano i benefici della pratica spirituale?
“I cambiamenti sono immediati ed esponenziali: si riflettono subito nella luce personale, nel cambio delle sincronicità e persino nella fisionomia del viso, perché si distendono le microtensioni muscolari legate alle emozioni dominanti. La causa principale della sofferenza umana è la confusione mentale: non avere chiaro chi sei e cosa vuoi.
Pratiche allineate ad antiche tradizioni (come gli Yoga Sutra di Patanjali o gli insegnamenti della tribù Hopi) dissipano la confusione. Approfondendo la tradizione ci si rende conto che il sapere antico è universale: la spiritualità serve a unirci nella nostra diversità, permettendoci di restare autentici e diversi ma uniti dalla stessa origine.”
Che messaggio finale desideri lasciare ai lettori?
“Siamo in un’epoca che ci vuole chiudere, in cui c’è sempre un pericolo, una guerra, una pandemia o qualcosa legato alla narrazione negativa.
Ma nel mondo stanno succedendo anche cose molto speciali e la vita sul pianeta Terra può essere ancora una bellissima esperienza. Per questo è fondamentale non cedere a questa narrazione e rimanere aperti come una coppa alla ricettività con il cosmo, senza intermediari: sei tu e il cosmo, la partita è quella (e in realtà tu sei il cosmo).
Il primo passo è proprio rimanere come una coppa aperta, senza chiudersi, e riuscire a trovare il seme della nuova luce anche nel buio più oscuro dell’anima, abbracciando la totalità del proprio essere. Rimaniamo aperti.”
Un tempo per l’ascolto profondo
Caro lettore, prima di lasciare queste pagine, vale la pena concedersi un momento di silenzio. Le parole di Thea chiedono di essere attraversate con calma, come si fa con ciò che continua a rivelare il proprio significato anche dopo la lettura. È ciò che ho sentito anch’io, rileggendo più volte questa conversazione: il desiderio di fermarmi, ascoltare e lasciare che qualcosa continui a risuonare. L’invito, se vorrai accoglierlo, è di fare lo stesso.






