Di Carlotta Sanna

Di Carlotta Sanna

Oltre la longevità: dare profondità al tempo con Filippo Ongaro

Medico, divulgatore e coach, Filippo Ongaro è conosciuto per il suo lavoro sulla medicina preventiva, la longevità e la crescita personale. Nel corso degli anni ha affiancato anche gli astronauti dell’ESA, portando la sua esperienza in un contesto in cui preparazione fisica e mentale diventano inseparabili.

La nostra conversazione, però, prende presto un’altra direzione. Si parte parlando di salute, allenamento e longevità e, quasi senza accorgersene, il discorso si sposta verso il tempo, la responsabilità, il dialogo con sé stessi e ciò che rende davvero piena una vita. Ogni risposta sembra allargare la domanda successiva, lasciando emergere, con naturalezza, la persona oltre al professionista.

Un dialogo sul tempo, sul corpo e su ciò che conta davvero

Nel tempo è cambiato il modo in cui ti prendi cura del tuo corpo?

“Molto. Da ragazzo gli chiedevo tantissimo: mi allenavo, dormivo poco, pretendevo sempre di più da me stesso. Oggi continuo ad allenarmi ogni giorno, ma con un’attenzione diversa. Ho imparato che prendersi cura del corpo significa anche rispettarne i tempi di recupero. Rimango una persona disciplinata, mi piace mettermi alla prova, ma con una consapevolezza che allora non avevo. Per me l’allenamento è ancora un rituale quotidiano. E ho sempre pensato che, se parli di salute, benessere e longevità, dovresti vivere per primo ciò che racconti.”

 

Oltre la disciplina, sembra esserci qualcosa di più profondo: un modo preciso di stare nei confronti di te stesso e degli altri. Come lo descriveresti?

“Mi reputo la persona più affidabile che uno possa incontrare. Ho un grande senso della dignità, della disciplina, del dovere. Tutte queste caratteristiche sono sempre più rare.

Quando prometto qualcosa, prendo un impegno con me prima che con l’altro: ogni parola che dai e che non mantieni è un tradimento nei confronti di te stesso. E credo che, se ti ci abitui, poi piano piano fai fatica a controllarla.”

 

Anche la disciplina lascia spazio a qualche eccezione?

“Certo. Quando hai costruito una buona routine, concederti uno sgarro non è un problema. Anzi, è il segno che sei tu a scegliere, non l’abitudine a scegliere per te. La libertà sta proprio lì. Se decido io di concedermi un piatto di pasta, sono libero. Se invece ci casco senza volerlo, allora sono diventato schiavo di un impulso. È una differenza importante.”

 

Hai vissuto in diversi Paesi: Italia, Germania, Inghilterra, Stati Uniti e oggi la Svizzera. Dove senti davvero di essere a casa?

“Sono sempre stato molto legato all’ultimo posto in cui mi trovavo. Ho poca nostalgia dei luoghi e, quando cambio, tendo a pensare di averlo fatto per il meglio. Oggi vivo in Svizzera, in Ticino, e spero che sia il mio ultimo trasferimento: qui ho trovato un equilibrio difficile da ritrovare altrove. Ma, in fondo, ciò a cui sono davvero legato è lo spazio che sento mio. Che sia in Italia, in Germania o altrove, riesco sempre ad adattarmi e a costruire il mio posto.”

 

Hai lavorato a stretto contatto con gli astronauti. Che cosa si respira nei momenti prima di un lancio?

“Contrariamente a quello che si può pensare, prima del lancio si respira quasi un’aria di sollievo. La tensione è soprattutto nei mesi precedenti, tra simulazioni, addestramento e preparazione. Quando arriva il momento di partire, sono felici: finalmente possono dimostrare di essere pronti dopo tutto il lavoro fatto.

Forse è più quando arrivano in orbita, vedono la Terra dall’alto e sperimentano l’assenza di gravità che possono emergere riflessioni più profonde. ”

 

Lavori con tua moglie Sonja: come trovate un equilibrio tra vita privata e lavoro?

“Non c’è equilibrio. La bellezza della vita è stare in disequilibrio. Più che cercare un equilibrio perfetto, si tratta di capire come si fa ad andare d’accordo.

Per noi, fin dall’inizio, la vita privata e il lavoro si sono intrecciati. Abbiamo passioni e interessi comuni e un desiderio condiviso di fare qualcosa in cui crediamo. Non cerchiamo tanto l’equilibrio quanto il piacere di fare bene ciò che ci appassiona e di portare qualcosa di utile alle persone.

E penso che questo valga anche per il lavoro: se ti drena continuamente, forse stai facendo qualcosa che non dovresti fare. Il lavoro dovrebbe arricchirti, incuriosirti, appassionarti. L’energia che trovi lì è anche quella che poi porti a casa.”

 

Cosa intendi quando affermi che “La salute è un mezzo”?

“Significa che non viviamo per essere sani. Dobbiamo essere sani per vivere. Se non sappiamo che cosa vogliamo fare della nostra vita, il problema è molto più grande della salute. La salute è uno strumento: ti permette di avere energia, lucidità, possibilità. Ma poi devi sapere dove vuoi andare. Per questo negli anni mi sono avvicinato sempre di più anche alla crescita personale e al coaching. La longevità, da sola, non basta a spiegare una vita.”

 

Cosa ti nutre?

“Mi nutre moltissimo il fatto che, in ogni situazione, due o più esseri umani che si incontrano possano produrre più valore di quello che produrrebbero da soli, nell’interazione, nel ragionamento. Mi nutre leggere, capire, mi nutre scrivere. Ma mi nutre anche starmene per i fatti miei a guardare il lago, meditare.

Penso che ci siano tante cose che ci nutrono, se apriamo gli occhi. Mi nutre la mia famiglia, mio figlio, mia moglie, il cane. In realtà ti può nutrire tutto, se sei disposto ad assorbire bene. Ti può nutrire tutto, così come non ti nutre nulla se sei chiuso.”

 

Come dialoghi con te stesso?

“Da tanti anni scrivo un diario quasi ogni giorno. Per me è una forma di dialogo con me stesso. Sono arrivato alla pratica della crescita e dello sviluppo interiore soprattutto attraverso la cultura occidentale: la filosofia greca e romana, gli Stoici e gli Epicurei, fino alle analisi cognitive e alla riflessione sui propri valori. Sono tutti strumenti che, in modi diversi, invitano a fermarsi e a chiedersi come stiamo vivendo.

Per una parte lunga della mia vita ho avuto una voce interiore piuttosto severa. Non mi dispiace del tutto, perché mi ha dato disciplina e senso del dovere. Oggi, però, quella voce è diventata più gentile e più capace di riconoscere anche le cose buone che faccio.

La scrittura mi aiuta a fermarmi e a guardare le cose con maggiore lucidità. Quando qualcosa ci fa stare male, spesso cerchiamo di dimenticarla. Ma se non ci torni sopra, non impari nulla. Così rischiamo di vivere quello che sembra essere una serie di errori diversi, quando magari è sempre lo stesso errore ripetuto in circostanze diverse.”

 

Da dove nasce questa tua capacità di osservare così attentamente le persone?

“Ho sempre avuto una grande capacità di osservazione delle persone. Addirittura da ragazzo, quando entravo in un luogo, cercavo di notare tutti i dettagli e mi inventavo la ragione per cui quel tacco era consumato in quel punto, il vestito era piegato male o la borsa era rovinata.

Non avevo mai un riscontro sul fatto che la mia intuizione fosse corretta, ma guardando i dettagli della persona ricostruivo un po’ una storia. Quando poi ho iniziato a lavorare più sul coaching, ho capito che questa è una dote molto importante per capire chi hai davanti.

Milton Erickson era un maestro dell’osservazione delle persone e aveva studiato in maniera molto strutturata cosa potesse significare un determinato movimento, una determinata postura. Nel mio caso è stata prima di tutto una curiosità innata, poi si sono aggiunti elementi più tecnici. Però penso che debba partire da una curiosità genuina per capire chi hai davanti.”

 

Nel coaching quanto conta la tecnica e quanto, invece, la tua predisposizione naturale?

“Il coaching è qualcosa che va studiato, non te lo puoi inventare. C’è una procedura, però poi contano molto la sensibilità, l’autenticità e il fatto che uno voglia genuinamente aiutare l’altro a trovare la sua soluzione.

Il coaching non è dare le soluzioni. Il coach funge da specchio, prima di tutto: fa vedere all’altro la propria situazione con una prospettiva leggermente diversa, che porta l’altro a capire qual è la strada che deve effettivamente percorrere.

Il problema è che gli esseri umani mettono tanti filtri pensando di semplificarsi la vita, invece se la incasinano e basta. Sarebbe molto più semplice essere sé stessi al cento per cento. Anche perché attireresti persone in grado di accettarti per quello che sei.

Quindi io ho imparato, per semplificarmi la vita, a essere sempre e comunque me stesso, senza chiedere mai scusa. Punto e basta.”

 

Negli anni è cambiata la tua percezione del tempo?

“Molto. Da giovani il tempo sembra infinito, quasi scontato. Poi, con gli anni, la sensazione è che acceleri sempre di più. Tutti parlano di allungare la vita, ma io credo che dovremmo preoccuparci anche di viverla più intensamente. Mi piace una frase di Luciano De Crescenzo: ‘La vita non va allungata, va allargata’. Significa smettere di sprecare tempo in ciò che non conta e dare più spazio a ciò che rende davvero piena una giornata.”

 

Lo smartphone è ormai parte della nostra quotidianità. Quanto pensi che abbia cambiato il nostro modo di vivere il tempo?

“È uno strumento straordinario, ma anche molto insidioso. Da una parte ci permette di essere connessi, di parlare con le persone a cui vogliamo bene e di avere accesso a una quantità enorme di informazioni. Dall’altra può creare una vera e propria dipendenza e portarci via tempo senza che ce ne rendiamo conto.

Credo che, come per tutte le tecnologie, serva soprattutto consapevolezza. Bisogna essere capaci di accorgersi quando è il momento di staccare e mantenere la libertà di farlo.

Io, personalmente, tendo a perdermi nel telefono soprattutto quando trovo qualcosa che mi interessa o mi stimola. E oggi, con l’intelligenza artificiale, Google e tutto quello che abbiamo a disposizione, è facile tenere la testa continuamente occupata. Non credo che il problema sia utilizzare questi strumenti, ma diventare succubi del loro utilizzo.

Finché sei tu a decidere quando usarli e quando smettere, sei ancora in controllo. Quando quel controllo viene meno, diventa un problema. ”

 

Che rapporto hai con la spiritualità?

“Non vengo da una famiglia religiosa e la mia formazione è profondamente scientifica. Continuo ad avere una grande fiducia nella scienza come metodo, perché ha risolto moltissimi problemi. Ma la scienza risponde soprattutto alle domande sul ‘come’, non a quelle sul ‘perché’. A un certo punto senti il bisogno di rivolgerti anche alle domande più profonde, quelle che la filosofia e la spiritualità si pongono da sempre. Non necessariamente attraverso una religione, ma attraverso la consapevolezza che esista qualcosa di più grande di noi. Credo che questo aiuti anche a vivere con meno paura, soprattutto quando si parla del tempo, della perdita e della fine.”

Dr. Filippo Ongaro

Fondatore e CEO di Metodo Ongaro Switzerland SA, è medico, imprenditore, formatore e punto di riferimento nel campo del benessere psicofisico, della longevità e dell’alta prestazione.

Il tempo che scegliamo di onorare

Filippo, cos’è per te la vita?

“Mi viene da rispondere con una parola: un’avventura. Un’avventura da vivere con curiosità, apertura e capacità di adattarsi. La vita è un regalo straordinario, qualcosa che accade contro ogni probabilità. Possiamo trasformarla in un peso oppure in un’occasione continua per crescere, scoprire e metterci in gioco. E credo che chi ha la fortuna di portare un po’ meno peso sulle spalle abbia anche la responsabilità di tendere una mano a chi, invece, sta affrontando un cammino più difficile.”

Dr. Filippo Ongaro

Fondatore e CEO di Metodo Ongaro Switzerland SA, è medico, imprenditore, formatore e punto di riferimento nel campo del benessere psicofisico, della longevità e dell’alta prestazione.

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