Di Carlotta Sanna
Eliana Nobili e Human Design: imparare il proprio modo di essere
Nel 2009 Eliana Nobili incontra per la prima volta l’Human Design, quasi per caso, grazie a un amico. Quella prima lettura diventa nel tempo un percorso personale, poi una formazione professionale e infine il suo lavoro: oggi Eliana è guida e analista certificata di Human Design System.
Dopo essere stata tra gli espositori di Ti Sana 2026, Eliana tornerà a incontrare il pubblico anche nell’edizione 2027, dove terrà una conferenza di approfondimento sull’anno in corso, molto particolare per Human Design. L’abbiamo incontrata per capire da dove nasce il suo rapporto con questo strumento, come lo ha portato nella propria vita e cosa può offrire a chi decide di sperimentarlo.

Dalla scoperta dello Human Design alla sua applicazione nella vita
Eliana, partiamo da te: come sei arrivata all’Human Design?
“Mi chiamo Eliana Nobili, sono una guida e un’analista certificata di Human Design System. L’incontro con l’Human Design è avvenuto nel 2009, con la mia prima lettura, e da allora questo percorso continua tutt’oggi.
Un amico mi aveva proposto di assistere a una presentazione. Non sapevo nulla dello strumento, ma sentivo che era per me. Da lì ho iniziato la scoperta di questo sistema, che mi ha permesso di riconoscere chi sono e come prendere le mie decisioni in accordo con il mio essere più autentico.
Ho iniziato con una lettura di base, poi ho frequentato dei corsi per capirne di più, fino a decidere di intraprendere il percorso professionale e diventare a mia volta analista.
Nel frattempo ho iniziato ad applicarlo concretamente nella mia vita, anche attraverso una scelta importante: dopo 23 anni ho lasciato il lavoro aziendale che mi dava sicurezza e uno stipendio sicuro, ma non mi rappresentava più, per dedicarmi a quella che nel frattempo era diventata la mia passione.
È cambiato molto anche a livello personale, nelle mie relazioni e nel rapporto con i miei genitori. Ho vissuto anche la loro morte e l’elaborazione di questo passaggio, e grazie a Human Design ho trovato una chiave di accettazione che mi ha permesso di attraversare quel dolore.”
In questo salto, da una vita più sicura a una più in sintonia con te stessa, come ti ha sostenuta concretamente l’Human Design?
“Mi ha sostenuta radicandomi nel presente, nel vivere la vita giorno per giorno e soprattutto nel non delegare alla mente le mie decisioni.
La mente è uno strumento molto potente di osservazione e razionalizzazione, ma non ci serve per decidere. Tende a proiettare nel futuro ciò che conosciamo dal passato, perdendo il contatto con il presente.
Human Design mi ha portata a fidarmi del corpo, del mio sentire e, nel mio caso, della mia natura emozionale. Ho imparato a vivere le emozioni non come un problema, ma come una risorsa, e a rallentare.
Riconoscere la mia natura mi ha permesso di partire dalle piccole decisioni fino ad arrivare a quelle più grandi, seguendo una strada che mi porta a incontrare situazioni che fanno per me. Non siamo tutti fatti allo stesso modo: quello che è corretto per me non necessariamente lo è per un’altra persona.”
Quindi, in termini molto semplici, che cos’è l’Human Design e a cosa serve?
“È una sorta di libretto di istruzioni che ci permette di capire come funzioniamo.
Noi nasciamo tutti diversi, ma spesso il nostro “libretto di istruzioni” è quello che ci forniscono i nostri genitori, che a loro volta lo hanno ricevuto dai propri genitori. Human Design ci permette di riappropriarci di un funzionamento che ci appartiene, riconoscendo come siamo fatti e come possiamo prendere le nostre decisioni.
È uno strumento molto concreto. Non va creduto, va sperimentato. Durante una lettura riceviamo delle informazioni, ma sono informazioni che vengono calate nella realtà quotidiana. È attraverso la sperimentazione che possiamo riconoscere cosa risuona con noi e cosa invece no.”
Tu, per esempio, sei una Generatrice. Cosa significa concretamente?
“Secondo Human Design, il Generatore si realizza nella vita rispondendo agli stimoli esterni. Ha un’aura attrattiva: non deve necessariamente andare a cercare, ma può assumere un’attitudine ricettiva, accogliere ciò che arriva e rispondere.
Per me questo ha cambiato moltissimo anche il modo di vivere le relazioni. In passato andavo a cercarmi l’uomo o la relazione che pensavo fosse giusta per me. Quando ho smesso di farlo e ho iniziato semplicemente a osservare chi arrivava verso di me, è cambiato completamente il mio approccio e anche la mia soddisfazione nelle relazioni.”
Parli di “arte di vivere”. È così che definiresti l’Human Design?
“Sì, mi piace chiamarlo proprio così: l’arte di vivere.
Il libretto di istruzioni ci fornisce gli strumenti per vivere, non semplicemente per sopravvivere. La sopravvivenza ci porta spesso alla separazione: sopravviviamo, ma qualcosa dentro di noi si sacrifica o rinuncia. L’arte di vivere è invece la capacità di andare oltre questo e realizzare la nostra essenza, la nostra Anima, come vogliamo chiamarla a seconda del credo di ognuno.”
È uno strumento adatto a tutti?
“Assolutamente sì, perché ciascuno ha un proprio disegno e una propria struttura. Non sono richieste conoscenze particolari.
Alla fine, però, dico sempre che è “per tutti, ma per pochi”, perché ciò che rende realmente efficace l’Human Design è la disponibilità a cambiare e ad applicare concretamente le sue chiavi nella vita.
Non è una bacchetta magica. È un percorso di decondizionamento che richiede tempo. Si parla di un tempo di decondizionamento cellulare di circa sette anni, ma questo non significa che per sette anni non accada nulla: ci sono piccoli cambiamenti, tre passi avanti e magari due indietro, ma è comunque un passo avanti.”
E rispetto ad altri strumenti, come l’astrologia o il tema natale, cosa cambia?
“Nella mia esperienza, Human Design è uno strumento particolarmente completo perché integra diversi sistemi: l’astrologia orientale e occidentale, la struttura dell’Albero della Vita della Cabala, il sistema dei chakra e l’I Ching, combinati con la struttura genetica.
Anche il calcolo è particolare: oltre al momento della nascita, considera un secondo calcolo effettuato tre mesi prima, che rappresenta la parte inconscia.
L’astrologia, per esempio, mi dà una descrizione per archetipi, caratteristiche e personalità: mi dice “chi sono”. Human Design aggiunge il “come funziono”: come posso esprimere concretamente quelle caratteristiche nella vita quotidiana e come prendere le mie decisioni.”
E come si impara, nella pratica, a funzionare in modo diverso?
“Io lo sto sperimentando da più di quindici anni e all’inizio richiede un impegno, perché significa cambiare delle abitudini molto radicate. Poi diventa più naturale.
Si può iniziare dalle decisioni più semplici. Per esempio, se fino al giorno prima dicevo sempre sì a un invito perché mi dispiaceva dire di no, posso iniziare ad ascoltare quello che sento. Magari dico no e scopro che non succede nulla: rispetto me stessa e gli amici restano amici.
Si tratta di sperimentare nel piccolo e costruire progressivamente la fiducia.”
Qual è stata, invece, la convinzione più radicata su di te che l’Human Design ha messo in discussione?
“Pensavo di essere una persona veloce, immediata, capace di decidere dopo tre secondi. Quando ho riconosciuto la mia natura emozionale, ho compreso perché alcune decisioni prese troppo velocemente mi facevano stare male.
Rallentare era per me essenziale per rispettare il mio tempo. Questo ha cambiato le mie relazioni e il mio approccio alla vita e mi ha permesso anche di riconoscere quanto il corpo fosse coinvolto in ciò che vivevo.
Un’altra consapevolezza importante riguarda la mia natura generativa e ricettiva. Per anni, anche lavorando nel mondo aziendale, avevo sviluppato un approccio molto orientato al fare: ero io a organizzare, a muovermi verso le cose. Organizzavo persino le vacanze per tutto il mio gruppo di amici.
Poi ho capito che spesso lo facevo prima ancora di sentire se la mia energia fosse realmente disponibile. Quando ho smesso di farlo, è cambiato anche il mio giro di amicizie, ma soprattutto mi sono rilassata. Ho iniziato a chiedermi: ho davvero l’energia per questa cosa? Se sì, sarà nutriente per me.”
E questa risposta la senti direttamente nel corpo?
“Sì. Il bello di Human Design è che ciò di cui parliamo si sperimenta nel corpo.
Nel mio caso sento la disponibilità dell’energia a livello del basso ventre, come un movimento dell’energia. Essere Generatrice significa avere un centro sacrale definito, legato all’energia creativa del fare.
Naturalmente ognuno è diverso. Ci sono persone spontanee e veloci e altre che hanno bisogno di più tempo. Ognuno ha le proprie credenze limitanti e il proprio modo di funzionare.”
Che cosa significa, allora, scegliere nel modo giusto?
“Significa scegliere in accordo con quella parte di noi che rappresenta la nostra essenza, tenendo conto dei diversi aspetti che ci compongono.
Nel disegno di Human Design sono presenti parti consapevoli e parti inconsce. Quando decidiamo con la mente, tendiamo a considerare soltanto ciò di cui siamo consapevoli. La parte inconscia non viene presa in considerazione e può nascere un conflitto: decidiamo qualcosa e poi sentiamo che dentro non funziona.
Riconoscendo il nostro tipo e la nostra autorità interna possiamo invece orientarci attraverso il nostro sentire, che può essere legato alle emozioni, all’istinto, all’intuito o ad altri meccanismi, a seconda del proprio disegno.
È come il meccanismo di una cassaforte: a un certo punto i vari clic si allineano e si aprono delle porte.”
La tua natura ricettiva come si concilia con il rischio di restare immobili?
“La natura ricettiva non è passività. È imparare a osservare gli stimoli che arrivano durante la giornata.
Io posso avere un piano di lavoro, ma ho imparato a non considerarlo qualcosa di fisso. Se arriva uno stimolo esterno, posso osservare se la mia energia risponde oppure no. Anche una cosa piccola, come una telefonata o un invito, può diventare un’occasione per ascoltare ciò che sento.
Se invece agisco sempre in maniera meccanica, rischio di inanellare una serie di risposte alle quali la mia energia non era realmente disponibile. Alla fine della giornata posso sentirmi frustrata senza capire perché.”
Se una persona sente di voler sperimentare Human Design, da dove comincia? Come funziona una lettura?
“Il primo step è una lettura di base. Per realizzarla servono le coordinate di nascita e soprattutto l’orario esatto, perché può fare molta differenza.
Da questi dati viene elaborata una mappa, il disegno, che poi analizzo insieme alla persona partendo dal tipo, dall’autorità, dal profilo e dagli aspetti che rappresentano il vero sé e quelli legati al condizionamento.
Spesso chi arriva porta una questione concreta: un problema sul lavoro, nelle relazioni o in un altro ambito della vita. Partiamo da lì e andiamo a vedere all’interno del disegno dove può nascere quella difficoltà e quali chiavi possono aiutare a lavorarci.
Le mie letture durano generalmente un paio d’ore e preferisco dividerle in due parti: nella prima spiego lo strumento, da dove arriva e come funziona; nella seconda faccio la lettura vera e propria. Registro sempre le sessioni, così la persona può riascoltarle con calma.
Dopo la lettura, se necessario, offro anche un supporto per i primi tempi. Ma l’obiettivo è rendere la persona autonoma: l’Human Design non è uno strumento che crea dipendenza.”
E dopo la lettura di base, quali possibilità ci sono per chi vuole approfondire?
“Ci sono diverse possibilità. Si può lavorare, per esempio, sulle relazioni attraverso una lettura composita, che integra i disegni di due persone: partner, genitore e figlio, colleghi o altre relazioni significative.
Questo permette di vedere le differenze tra le due persone, anche nel modo di prendere decisioni, e può aiutare a riconoscere l’unicità dell’altro invece di giudicarlo sulla base di ciò che noi faremmo al suo posto.
C’è poi la lettura del ciclo solare, che osserva i transiti dell’anno da compleanno a compleanno, e ci sono cicli più grandi per chi desidera approfondire ulteriormente.
Sto inoltre sviluppando sessioni in presenza dedicate alla sperimentazione concreta dell’aura dei diversi tipi e percorsi residenziali di più giorni. Un altro ambito che mi viene richiesto molto è quello delle relazioni, sia di coppia sia tra genitori e figli.
Cerco di costruire questi percorsi in maniera molto personalizzata, quasi sartoriale, partendo da ciò che la persona porta.”
Dove lavori e come si può incontrarti?
“Lavoro in presenza nel Luganese e in Canton Ticino, a Verona, dove risiedo, e nella zona di San Benedetto del Tronto, nelle Marche.
Lavoro anche online su Zoom, e questo mi permette di raggiungere persone in tutta Italia. Sto sperimentando che l’online funziona molto bene: alcune persone, per le caratteristiche del loro disegno, preferiscono addirittura lavorare nel proprio ambiente.
Anche le sessioni online vengono registrate e possono quindi essere riascoltate. I percorsi residenziali, invece, si svolgono necessariamente in presenza.”
Se dovessi lasciare al pubblico di Ti Sana un ultimo messaggio, quale sarebbe?
“Una delle cose fondamentali che questo strumento ci insegna, e che insegnano anche tante altre discipline, è l’importanza di amare noi stessi e la nostra unicità.
Questo significa non paragonarci a nessun altro e riconoscere qual è il nostro modo di contribuire. Perché è unico.
Non c’è nessuno che potrà fornire lo stesso contributo, nello stesso modo. È proprio un atto di riconoscimento verso se stessi.”






