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Perché camminare nei boschi fa bene? Passo 6: La risposta della biologia

  • Andrea Anselmo Oliva

Desidero terminare questa piacevole camminata nei boschi con alcune riflessioni che potrebbero apparentemente portarci fuori strada, ma aprire anche altri importanti interrogativi che dopo una bella passeggiata nel bosco potrebbero altresì trasformarsi in risposte, in nuove consapevolezze.

In questa ultima apertura porto la nostra attenzione sulle ben note reazioni delle piante a chi non ha il pollice verde: quindi ci troviamo in presenza il più delle volte di una piantina da appartamento che, in caso di forte distonia, nell’ambiente non è più in grado di mantenere la propria vibrazione musicale di conseguenza la sua forma vitale tende ad appassire. Le bio emissioni di una pianta da appartamento sono indubbiamente molto più dipendenti e influenzabili dall’ambiente circostante e stanno ad esso come un uomo sta a una foresta. Come appare ovvio la loro sopravvivenza dipende molto da noi e dalla nostra coscienza più profonda, dalla nostra musica interiore. C’è però un aspetto intrigante che emerge osservando gli esperimenti di Cleve Backster da un altro punto di vista. Backster, esperto presso la CIA dell’uso del poligrafo (la macchina della verità), si rese per caso conto che il poligrafo collegato alle piante di casa, oscillava al solo pensiero di potarle.

Di questi esperimenti ultimamente se ne è sentito parlare spesso, definendo il suono della sofferenza della pianta, della paura e così a prima vista potrebbe apparire o forse lo è. Ma apro un’ulteriore possibilità che potrebbe farci intendere un’unione molto più profonda tra tutti gli organismi biologici, una comunicazione interspecie, un grande web dove le piante madri dominano, intendo le energie prevalenti in un determinato frangente/ambiente energetico, ma dove allo stesso tempo non vi è separazione se non nella consapevolezza della percezione. Backster dimostra, diciamo per primo e diciamo casualmente, che le piante percepiscono il pericolo, da li nasce lo scontato assioma percezione/sofferenza. In realtà anche quando scopriamo che le piante riconoscono i propri figli stiamo parlando di una maggior connessione il resto è presumibilmente costrutto d’esperienza umana, la sofferenza potrebbe essere un concetto nostro, speciale appartenente ad alcune dimensioni non ad altre. Questo potrebbe ben rappresentarlo un bel prato tagliato o la ricrescita rigogliosa di una pianta ben potata. Alcuni “ricercatori” sono arrivati a farci udire la sofferenza del pomodoro o l’urlo della carota così da poter deride i vegetariani, ma allora Backster si è spinto più in là (senza deride i vegetariani) dimostrando che yogurt o addirittura foglie di lattuga mangiate dai passeggeri di un aereo trasmettevano segnali di reazione appunto definita dai più paura. Ma se questa paura non fosse appunto per costrutto evolutivo parte della coscienza della pianta, e considerando che al contrario delle altre prove sonore più che altro folcroristiche quelle di Backster effettuate con il poligrafo corrispondo a reazioni cellulare di contrazione trasmesse dalla paura, in questo caso nei www.umani era la paura di essere scoperto, motivo per cui su alcuni individui forti o diversamente coscienti la macchina della verità poteva non funzionare.

Ma allora se questa paura non è della pianta di chi è? Uno scienziato iraniano Mehran Tavakoli Keshe parla di divinizzazione della materia intesa come trasferimento di coscienza nella materia. Si parliamo di un ulteriore passo di comprensione in cui riconosciamo che la sostanza tutta fa parte di un web a strati e possibilità di connessione ma di fatto connesso dalla base e oggi diviso in organico e inorganico. La divinizzazione della materia di cui parla Keshe è di fatto un trasferimento di coscienza a oggetti cosi definiti inanimati. Credo che potremmo non stupirci se tra non molto qualcuno potrebbe rilevare l’urlo della propria storica autovettura portata dallo sfascia carrozze. Credo che sia arrivato il momento di terminare questa nostra passeggiata nella foresta e per quelli che hanno avuto l’audacia di addentrarsi così in fondo nel tortuoso sentiero a volte buio di questa passeggiata vorrei finire cosi come abbiamo iniziato con le note di Eddie Vedder e citando Henry David Thoreau, che ebbe l’occasione, il coraggio di trascorrere due lunghi anni nei boschi vivendo in una capanna a contatto con la natura, un’esperienza personale per lui fondamentale in cui scrisse appunto il famoso libro autobiografico e di cui con la nuova  consapevolezza e armonia che questa passeggiata mi ha trasmesso rileggo una sua citazione con cui appunto abbiamo iniziato questo cammino.

“Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”.

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