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Quando la natura è fashion

  • Redazione
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Nel mondo cresce il numero degli “scuppies” (socially conscious upwardly-mobile people), ovvero consumatori che scelgono uno stile di vita “lohas” (lifestyles of health and sustainability), improntato sulla salute e sulla sostenibilità. Consumatori che non solo cercano e acquistano prodotti biologici, cosmetici naturali e terapie complementari, ma che, sempre di più, richiedono anche abbigliamento e accessori ecosostenibili.

E le grandi industrie della moda rispondono, introducendo il criterio della sostenibilità in tutte le fasi di produzione del prodotto. Stilisti di tutto il mondo sono, infatti, alla continua ricerca di nuovi materiali green a zero spreco di risorse, strizzando l’occhio al riciclo e alle produzioni biologiche. Alcuni esempi? La canapa, dalla quale si possono ricavare tessuti e cosmetici, ma anche costruire case e occhiali, o il riciclo creativo degli scarti di frutta e verdura con cui realizzare t-shirt, borse e accessori.

Ma l’ultima frontiera sembrerebbero essere batteri e lieviti, in grado di aumentare la loro massa, producendo metri e metri di tessuto. È proprio il caso di dire dunque che la natura è sempre più fashion. E non solo perché fiori e piante sono sempre di tendenza su gonne, vestiti e jeans, in vista dell’estate, ma, soprattutto, perché il settore, a partire dalle grandi griffe, sta mettendo sul mercato design che recuperano materiali riciclati, filati e tessuti che rispettano gli ecosistemi, fibre naturali o handmade che nascono nei laboratori di ricerca, t-shirt senza sostanze tossiche, vestiti eleganti che non hanno prodotto emissioni e accessori pregiati che hanno consumato meno acqua ed energia.

Una richiesta dettata da una parte dalle nuove esigenze dei consumatori, sempre più attenti all’impatto economico, ecologico e sociale delle loro scelte, dall’altra dalle stesse industrie tessili, alla ricerca di equilibrio tra persone, pianeta e profitto. Una ricerca internazionale Nielsen (2014) ha, infatti, rilevato che il 55 per cento delle persone sono disposte a spendere di più per prodotti e servizi offerti da aziende impegnate per il sociale e l’ambiente e che il 52 per cento degli acquisti vengono fatti controllando l’etichetta. Ma la scelta eco sembrerebbe essere anche un modello di business che riduce i costi industriali e può diventare un elemento di competizione, generando alti profitti.

Così dall’eco-fashion, bio-chic e abbigliamento etico entrati in scena negli anni Sessanta e caratterizzati, in prima battuta, da pochi e semplici capi, oggi la moda green propone soluzioni di tendenza e dalle grandi scelte estetiche. Ciò significa che se una volta non c’erano alternative, o eri “ethical” o eri “glamorous”, oggi jeans biodegradabili, vestiti in bio-tessuti, sneakers a impatto zero e accessori di produttori del circuito commercio equo e solidale sono considerati supercool, sfilano sulle passerelle più importanti e sono indossati dalle it-girl di tutto il mondo.

Piccolo dizionario eco fashion

SLOW FASHION
In contrapposizione al fast fashion, che incarna la velocità nella progettazione e nella produzione dei capi di moda, lo slow fashion utilizza materiali riciclati o con un basso impatto ambientale per la realizzazione di prodotti durevoli, che valorizzino manualità e creatività tradizionali.

UPCYCLING
Riutilizzo di materiali riciclati per la produzione di nuovi oggetti di uso quotidiano.

FAIR TRADE
Prodotti che promuovono il mercato equo e solidale, la protezione dell’ambiente e la sicurezza economica attraverso il commercio e le campagne di sensibilizzazione.

D.I.Y.
Acronimo di do it yourself, fai da te.

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